L'uomo Spadolini

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Come un principe del Rinascimento

“Ho conosciuto Alberto nel 1958 sulla terrazza del bar ‘Français’, proprio accanto al Lido quando era al n. 78 di Champs Elysées. Stavo conversando con l’amica Edda e con il signor Sacareau quando un uomo estremamente elegante, con un’andatura principesca si avvicina a noi. Egli saluta il signor Sacareau che ci presenta. Sono soggiogato dalla classe di quest’uomo, una miscela di manifesta virilità e delicata raffinatezza. Mi viene in mente che i principi del Rinascimento italiano dovevano presentarsi allo stesso modo. Si chiama Alberto Spadolini.

‘Voi siete italiano?’ mi domanda. ‘Di quale regione?’

‘Vengo dalla Sicilia’, gli rispondo.

‘Io, sono di Ancona’. Mi dice semplicemente.

In quell’istante io ignoro che sto facendo la conoscenza con colui che sarà il mio più sicuro e più sincero amico; colui che amerò profondamente con un sentimento inalterabile d’amicizia, di confidenza, di condivisione, di serenità. La nostra amicizia perdura fino alla sua morte nel dicembre 1972, ma per me egli è sempre vivo.

Il capriccio del caso ci ha fatti conoscere quel pomeriggio. E’ stato il caso o il destino?

Abbiamo continuato a conversare sulla terrazza del ‘Français’, poi Alberto ci propone di prendere un bicchiere da lui. Abita proprio lì accanto… Abbiamo attraversato un largo corridoio e siamo entrati in un vasto salone mirabilmente decorato, bei mobili antichi si sposavano armoniosamente con delle confortevoli e moderne poltrone in stile inglese. Il soffitto rappresenta un cielo blu luminoso spezzato da qualche piccola nuvola bianca come quelle che si vedono nel cielo d’estate. Questa casa sembra un piccolo paradiso …

Abbiamo passato una serata molto piacevole, Alberto è avvincente e la sua simpatia comunicativa. Non si può che amare un tale uomo.

E’ affascinante, intelligente, colto; la sua conversazione è brillante, senza alcuna pretesa né quella sufficienza che ho sovente incontrato presso altri… E’ se stesso con semplicità, e questo basta per farlo divenire il centro d’interesse in tutti gli incontri…”

Tratto dal manoscritto “Memorie”  di Carmelo Petix, Parigi, 2004

 

Spadolini nel suo studio al 78, Champs Elysées - Paris (Coll. B-S 235)

Fra le caratteristiche dell’uomo Spadolini quella che senza dubbio spicca  maggiormente è la sua umanità.

All’inizio degli anni ’60 un giornalista presente all’inaugurazione di una mostra di Spadolini alla Galleria d’Arte ‘Alex Cazelles’ di Parigi rivela al pubblico che:

 

“Spadolini restava in disparte con un leggero sorriso e dalle sue labbra traspariva amarezza. Aveva uno sguardo profondo che manifestava dolore. Sì era il dolore che esprimevano i suoi occhi e il suo bel viso tagliato in rilievo da medaglia d’imperatore romano o da semidio dell’Antica Grecia. Questo artista originario della città di Ancona che i Dori avevano fondato sul più bel luogo della costa adriatica, era anche un uomo. Un uomo che aveva posto i suoi ideali sotto il doppio segno della civiltà greca e latina e che modestamente non domandava che poche cose alla vita, donando tutto in cambio con generosità. E, come per ironia …  se la vita ha colmato di doni l’artista, al contrario non ha esitato a colpire crudelmente l’uomo. … Da più di due anni, dopo aver ricevuto una ferita che non perdona, Spadolini ha lottato con una volontà sovrumana, disperatamente, cercando di ritrovare fede nella vita. Cercando di convincersi che la vita valeva la pena di essere vissuta, malgrado la scomparsa dell’essere che gli fu più caro. Ed è nell’apogeo di questo lutto infinito, che egli ha scoperto il mondo fantastico e irreale dei danzatori che volteggiano sempre gli stessi valzer melanconici, sulle sue tele, come un esploratore perduto nella più terribile tempesta dell’Himalaia scoprirebbe all’improvviso la ‘valle dell’eterna felicità’. Le figure graziose dei danzatori prese nei loro atteggiamenti più belli ed armoniosi, sotto un raggio di luce che filtra attraverso il prisma di un chiaro di luna fiabesco, e fermati per sempre come per incanto sulla tela, rappresentano oggi per Spadolini l’unica ragione d’essere, la sua sola felicità.”

Articolo pubblicato a Parigi primi anni ’60 (Coll. B-S 206)

Legata e parallela a questo periodo è la drammatica storia dell’amico carissimo Duilio Cicchi, misteriosamente morto a Parigi all’inizio degli anni ’60 e  descritto da Anton Giulio Bragaglia come

 

“… la copia di Spadolini a diciotto anni e che, oltre al suo fisico statuario, ha da lui ereditato l’amore per la musica”.

Articolo di A. G. Bragaglia, anni ’50 (Coll. B-S 117)

Spadolini : « Duilio, la première leçon de danse » (Coll. P. Oger)

E’ dunque la scomparsa di Duilio a gettare Spadolini nello sconforto tanto da indurlo a nascondere una serie di bellissimi dipinti, fra cui “Splendore del mare”, dipingendoci sopra altri soggetti.

Duilio è un giovane italiano con il padre alcolizzato e la madre povera sarta, che emigra in Francia in cerca di lavoro con la speranza di una vita felice. Quando Spadolini lo conosce è denutrito e gravemente ammalato; sopravvive raccogliendo palle da tennis in un circolo sportivo nei sobborghi di Parigi.

Alberto lo aiuta, lo sostiene e gli insegna, nel giro di pochi anni, l’arte del ballo e della pittura. Sembra che per Duilio sia iniziata una meravigliosa avventura: si sposa con una ragazza francese appartenente ad una ricchissima famiglia e diventa padre di tre splendide bambine da lui tanto amate. Comincia ad avere successo lavorando  nel 1946 in Italia con la compagnia di Marisa Maresca, insieme a Spadolini e a Walter Chiari;  nel 1955, in Francia, nel film capolavoro di Melville “Bob, le flambeur” .

Ha poco più di trent’anni quando si compie il  tragico destino di Duilio che segnerà per sempre Alberto.


Tratto da “BOLERO-SPADO’ : SPADOLINI, UNA VITA DI TUTTI I COLORI” Copyright di Marco Travaglini, 2007


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