Pittore Esoterico
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Spadolini ricercatore d’oro
Se molti conoscono la vita piuttosto movimentata legata alla mondanità, al mondo della danza e quindi dell’immagine, della moda e dei media di Alberto Spadolini, uno dei primi italiani che riuscì a sfondare nel mondo dello spettacolo d’oltre Alpe, pochi ne conoscono invece l’aspetto nascosto, legato alla pittura simbolista e all’interesse per l’ermetismo. Merito del nipote Marco Travaglini è senz’altro quello di avere finalmente attirato l’attenzione del pubblico su questo secondo aspetto mostrando così che l’interiorità e la spiritualità autentica possono trovare posto anche in un famoso personaggio dello spettacolo acclamato dal pubblico.
Concordo con l’interpretazione di Travaglini che vede in Spadolini un pittore esoterico nel senso più autentico del termine, cioè una persona che ricerca una realizzazione interiore profonda, non legata esclusivamente al successo. Questo si evince, a mio parere, dagli interessi testimoniati dallo stesso e dalle sue produzioni artistiche, più che simboliste, direi autenticamente simboliche, che si spingono cioè fino ad attingere alla fonte inesauribile dell’inconscio. Vorrei tuttavia aggiungere il mio piccolo contributo ad una ricerca la cui importanza non sfuggirà al lettore in quanto la scoperta di uno spessore esoterico in un grande personaggio può sempre avere una valenza esemplare e positiva per le generazioni del presente, forse ancor più schiave dell’immagine che in passato.
Riguardo all’episodio ‘rivelatore’ di cui scrive Travaglini nel suo scritto su Spadolini pittore esoterico, "Fulcan tempiofiess" non è propriamente una parola argotica in senso stretto, ma un’espressione con la quale i francesi usano deridere, anche bonariamente, le popolazioni arabe emigrate nel loro paese e che parlano la loro lingua con l'inevitabile accento e il processo di storpiamento delle parole che le sono propri. Tale espressione verrà poi ripresa qualche anno più tardi dal famoso e grandissimo “comico-filosofo” di origine italiana Coluche in un suo esilarante sketch. E’ però molto probabile che, al di là dello scherzo divertente, e quindi del gesto d’affetto che uno zio poteva offrire ad un suo nipote venuto a trovarlo dalla lontana Italia, Spadolini abbia usato questa frase in senso esoterico. Nell'alchimia infatti esisteva quella pratica piuttosto curiosa e riservata agli iniziati di giocare con le parole. Essa veniva chiamata "la lingua degli uccelli", idioma che l'autore junghiano Etienne Perrot ribattezzò "ornitofilologia" (1). Quindi, effettivamente, l’espressione può essere scomposta e letta nel senso di “Fulcan (Fulcanelli), tempio fiesse, o fi esse (tempio è, o fece)”. A leggerli ora, questi giochetti possono sembrare sempliciotti, infantili, ma probabilmente avevano all’epoca un’alta funzione rivelatrice. Come suggerisce Travaglini, sono paragonabili a quei koan con cui i maestri zen mirano ad aprire la mente dell'adepto alla loro realtà interiore.
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Spadolini: “Il volto dell’amore” (Coll. B-S 136) |
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Nei dipinti di Spadolini ricorre chiaramente il simbolo della maschera oltre che del tempio o della cattedrale. Ora, ponendomi su di un registro più che altro intuitivo (visto la mole relativamente limitata di materiale a disposizione), mi sembra di potere dire, considerando anche la vita intensa sotto molti profili dell’autore, che buona parte della sua ricerca interiore è catturata dal tema della “deposizione della Maschera”. Questa rappresenta secondo Jung l’archetipo dell'atteggiamento esteriore con cui ci si adatta ai vari ambienti. Le maschere però possono facilmente rimanere "attaccate" al viso del soggetto impedendogli l'accesso alla sua vera natura, all'Anima (rappresentata nei dipinti dalle figure di donne), soprattutto se questi è un personaggio di successo e quindi maggiormente alla mercé del proprio immaginario. Non dimentichiamo che Spadolini esibisce con fierezza non solo la propria tecnica di danza, ma anche il suo corpo, fino ad essere battezzato "le danseur nu". Le numerose avventure con donne anche prestigiose dell'epoca sono a testimoniare che egli non è immune da soddisfazioni narcisistiche. Proprio per questo, probabilmente, la sua ricerca interiore deve ricorrere puntualmente all'archetipo della Maschera o "Persona" (parola che rimanda infatti alla maschera dell'attore nella Grecia antica e nella Commedia dell'Arte). Spadolini sente evidentemente in maniera particolare la necessità di una realizzazione più intima e vera, meno appariscente e questo suo darsi alla pittura nonché allo studio dell'ermetismo gli permette di battere questa via. Tra l'altro, e per tentare di proseguire nel registro spirituale dei “fedeli d’amore” e della “catena aurea” degli antichi iniziati, una coincidenza curiosa è che circa nel periodo in cui Travaglini mi manda i primi dipinti di Spadolini sono particolarmente coinvolto in ricerche sul problema della Maschera e dell'importanza preponderante ch'essa assume nella società odierna, fino a limitare, ancor prima di giungere al confronto con l’Ombra (questa è appunto la mia tesi), il processo di individuazione stesso (2).
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| Spadolini (Coll. Nassim Ghassoul) | |
L’altro aspetto piuttosto persistente nei dipinti di Spadolini è rappresentato dall’immagine del tempio. Dal punto di vista simbolico, il Tempio è una variante del Temenos, il recinto sacro, e a volte rituale, che delimita il territorio dell’interiorità e entro il quale avvengono le trasformazioni dell’anima nonché l’unione della personalità, ovvero la meta finale del Sé alla quale allude il simbolo della sfera in alcuni dipinti.
Nel dipinto “Tau” il Tempio richiama un luogo chiuso, riparato dalle influenze alienanti e nefaste per la realizzazione spirituale del mondo esteriore. Fuori dal tempio, gruppi di individui sostano sotto un cielo minaccioso. Dentro il tempio invece si assiste ad una esplosione di colori mossi dal vento (lo pneuma, l’agente spirituale della trasformazione). Il personaggio centrale, rappresentato nudo o seminudo e di schiena, tiene nella mano destra una maschera e sta per entrare nel tempio. Queste ulteriori note tenderebbero a rafforzare la mia interpretazione che vede l’interiorità di Spadolini alle prese con il tema della deposizione della Maschera e annunciano anche il punto di arrivo spirituale del nostro prestigioso connazionale: la sfera, ovvero il Sé, è ancora nelle mani dell’Anima (dell’inconscio) e attende la coscienza con la quale consumare le nozze mistiche vagamente accennate in un altro dipinto, quello del viso ermafroditico (“Il volto dell’amore”).
Queste poche considerazioni spero potranno attirare l’attenzione del lettore sull’esistenza concreta di una vita interiore profonda, della quale molti non sospettano, ma che non aspetta che di essere stimolata per manifestarsi, all’inizio sotto forma di sogni e ispirazioni, per poi rivelarsi ricca di trasformazioni vitali.
1) Etienne Pierrot, « La voie de la transformation d’après C. G. Jung et l’alchimie », La fontaine de pierre 1980
2) Antoine Fratini, « A’ chacun son chemin », in Les Cahiers du Sens, Le Nouvel Athanor, Paris 2005.
* Antoine Fratini, psicoanalista, presidente dell’Associazione Europea di Psicoanalisi, membro dell’Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze
Tratto da “BOLERO-SPADO’ : SPADOLINI, UNA VITA DI TUTTI I COLORI” Copyright di Marco Travaglini, 2007

